Milano

Cambiammo aria e orizzonti. Milano diventò casa nostra, la città ci avvolse, accogliendoci con braccia larghe. Per noi fu la scoperta di un nuovo cosmo, un regno pieno di energia e stimoli dentro il quale poter accucciare le paure e tenerle al riparo. Cercavamo locali e piccoli teatri dove suonavano jazz, ascoltavamo con attenzione cercando di rubare il segreto di quella musica così viva e affascinante. Cominciarono così le trasferte milanesi. Partivamo nel pomeriggio, la vecchia Citroen due cavalli di Cisco arrancava sulla statale e il disco del sole ci accompagnava come eroi di un film western. Parcheggiavamo in periferia e raggiungevamo Porta Genova in metropolitana, vagoni pieni di gente, ragazzi stipati uno sull'altro, fisionomie straniere e odore di spezie.                I navigli diventarono il nostro territorio. Ci piacevano quelle strade strette e colorate, i locali sempre aperti e un'umanità dissacrante che si vedeva transitare al loro interno. Piccoli bar con una pedana di legno e musicisti che suonavano, ragazzi che uscivano con i bicchieri in mano, capelli lunghi e risate. Il jazz riempiva l'aria, insinuato in ogni anfratto. Passeggiavi e udivi il suono di un saxofono, seguivi la scia e trovavi la fonte. Acqua fresca nella mediocrità assetata della vita.

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Milano diventò la nostra zona franca, il luogo sognato da sempre. La notte acquistò il sapore dolciastro della Rive Gauche di Parigi o del Kreuzberg di Berlino. Le grandi città viste al cinema, le storie di eroi senza macchia e senza paura. Aspettavamo l'alba, senza aspettare altro. Passavano le ore, il buio della notte cambiava colore e la stanchezza stropicciava gli occhi. Un breve viaggio sulla metro, tra gente assonnata che nemmeno si accorgeva di noi. Poi di nuovo in auto fino a Cremona, in tempo per fare colazione e andare a dormire, in attesa della successiva partenza. Io e Cisco, don Chisciotte e Sancho Panza, anche se nessuno sapeva con esattezza chi fosse dei due. Conoscemmo ragazzi che studiavano all'Accademia di Brera. Pittori, scultori, o almeno sognavano di esserlo, o forse nemmeno quello. Erano colorati e pazzi, vivevano di niente, mangiavano aria e allegria. Ronzavano su Milano come libellule ubriache. Ci unimmo a quella compagnia stravagante. Il vino scolava a fiumi mentre attraversavamo la notte parlando di arte e di come la vita scuotesse le cime, facendo cadere i frutti migliori 

© 2017 Guido Mazzolini  --- "Scrivo perché ho una pessima memoria."
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